Archivio per 1 settembre 2010

Tre gust is megl che uan – Buon Compleanno maritino mio

Il giorno 30 agosto è il compleanno del mio amore e quest’anno è capitato di lunedì, quindi abbiamo festeggiato per tutto il fine settimana praticamente ininterrottamente.
Sabato siamo andati a pranzo da mia madre che vizia spudoratamente mio marito preparandogli tutti i suoi manicaretti preferiti quindi pasta al ragù, alette di pollo fritte e meringhe (lo sò ha dei gusti strani ma … che vi devo dire…) e a fine pasto questa torta….

 

 Una Saint Honorè senza cioccolato. Una delizia sopraffina ma trasudante calorie in ogni suo milligrammo. Eravamo in quattro e da quel che è rimasto potete capire che gli abbiamo fatto letteralmente la festa… no, non a mio marito, alla torta :)

Domenica la festa si è spostata a casa di mia suocera e per l’occasione ho portato una tortina espressamente richiesta dal festeggiato, Crostata di mele, con QUESTA frolla e un ripieno semplice. mele, uvetta, pinoli e biscotti secchi sbriciolati (per assorbire lìumido eccessivo delle mele). Un successone, devo dire che sono soddisfatta della riuscita di questa crostata, la pasta è friabile ma croccante e il ripieno mi è venuto gustoso e non troppo dolce.

 Mia suocera ha preparato un pranzetto delizioso, le crespelle ai funghi e al radicchio rosso erano sublimi e anche l’arrosto, ottimo! Abbiamo passato un pomeriggio divertente e movimentato grazie alle due nipotine che, come al solito, fanno le matte ma sono così simpatiche!

E arriviamo a lunedì, al mattino il maritino va a lavorare e mi dice.. stasera cosa mi fai per dolce??  ehmmm il suo dolce preferito (dopo le meringhe) ovviamente.. Tiramisù!

 Che ho preparato pure velocemente perchè non immaginavo che fosse così semplice, l’avevo già fatto una volta QUI ed era riuscito un mezzo disastro invece stavolta una meraviglia, ho preparato sia due coppette individuali a forma di cuore sia un piccolo vassoio da mangiare il giorno dopo.
La crema al mascarpone l’ho fatta così, in una terrina ho messo due tuorli d’uovo e li ho sbattuti bene con due cucchiai colmi di zucchero, quando l’impasto è diventato chiaro ci ho unito 250 gr di mascarpone, amalgamato molto bene e alla fine ho aggiunto i due albumi montati a neve. Ovviamente li ho incorporati con molta delicatezza e alla fine ho aggiunto una fialetta di aroma di rum.
Poi il resto è una sciocchezza, i savoiardi vanno tuffati nel caffè e sistemati a strati intervallati dalla crema di mascarpone e alla fine si copre con una bella spolverata di cacao.
Tutto qui!

 Stamattina il mio tesoro cercava freneticamente una camicia da mettere…’amore ma mi tirano tutte ste camice, e la giacca mi stà stretta sulla schiena’…
E io…’OK da stasera ti metto a dieta!!!’

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Cake mirtilli e cioccolato bianco

Ciao a tutti, in questo periodo non sto proprio cucinando.. un po’ per pigrizia, un po’ perchè c’è chi cucina anche per me! Ve ne siete accorti eh?? ^__^ Per fortuna ho ancora una ricetta in archivio, e quindi ne approfitto come tappabuchi.. In realtà non avrei voluto pubblicarla.. è un mezzo fallimento, dovrei inaugurare la categoria “Riprovaci, sarai più fortunata”.. ma a chi non capita qualche flop??                                                          Dunque, la storia di questa cake fa un pò ridere…Ho scovato una ricetta di muffin ai mirtilli sul sito di un formaggio spalmabile… Mi sono detta: ok proviamoci!  Peccato che man mano che tiravo fuori gli ingredienti necessari perdevo fiducia in ciò che stavo facendo.. insomma non mi quadravano le dosi… quindi ho pensato di stravolgere la ricetta, cambiandone anche la forma.. ed ecco qui un cake di formaggio e mirtilli, a cui ho aggiunto del cioccolato bianco.  In definitiva, non era eccezionale.. ma ce la siamo mangiata comunque.. se avete idee o suggerimenti per migliorarla.. sono ben accetti!

Cake mirtilli e cioccolato bianco 001

INGREDIENTI:

200g farina

100g formaggio spalmabile

70g zucchero

50g cioccolato bianco

150ml latte circa

1 uovo

1/2 bustina di lievito

1 pizzico di sale

100g mirtilli

PREPARAZIONE:

Lavorare con una forchetta il formaggio con lo zucchero, unire l’uovo e cominciare ad aggiungere poca per volta la farina setacciata con il lievito e il sale, alternandola con il latte.

In un mixer sbriciolare il cioccolato e unirlo all’impasto, amalgamare e infine incorporare i mirtilli.

Imburrare e infarinare uno stampo (io ho usato quello da plum-cake) e infornare a 200° per 30-35 minuti (fare comunque la prova stecchino), lasciando poi raffreddare la cake nel forno semiaperto.

Stavolta.. non vi dico nemmeno buon appetito!! ^__^

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Marmellata di anguria



Mi sono imbattuta per caso nella marmellata di anguria sul sito di Kaia Gioia, sincermente non ne avevo mai sentito parlare e siccome l’anguria a casa mia non manca mai, ho pensato: perchè no? …e se faccio lavorare la macchina del pane a posto mio? Metto lì, io devo solo sterilizzare i vasetti!! Il primo tentativo andato a vuoto.. con la pectina, tutto preciso.. ma non ho frullato i pezzi e mi sono ritrovata con un liquido dolce e di certo non spalmabile! Ma il secondo.. tutto bene! Invece della vaniglia come da ricetta originale ho messo la cannella e aggiunto succo di limone.. dolce e buona!


Gli ingredienti sono semplicemente 500 grammi di parte bianca dell’anguria privata del verde, 500 grammi di zucchero, cannella e succo di limone. Ho frullato prima l’anguria poi messo nella mdp e ho aggiunto un po’ di cannella e succodi mezzo limone, azionato il programma marmellata e ho lasciato fare.

Nel frattempo ho messo l’acqua sul fuoco per sterilizzare i barattoli di vetro..

Terminato il programma ho passato tutto in un pntolino per far asciugare un po’, avevo paura che restasse liquida! Circa 10 minuti non di più, dopodichè ho riempito i vasetti fino a 3 centimetri dal bordo e li ho tenuti un po’ capovolti…

Vi assicuro che è deliziosa, da provare…

Bon appètit..


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Torta umida al cioccolato, mandorle e pere



Questa torta è deliziosa….rimane “umida” e quindi è adattissima anche per un dopo pranzo o cena, oltre che a colazione insieme al latte. caffè o tea.

Cioccolato, cacao, pere ed una manciata di mandorle…

Va giù che è una meraviglia… ;)

Ingredienti:

3 uova
150 gr di burro

100 gr di zucchero

4 pere

180 gr di cioccolato fondente

60 gr di mandorle

180 gr di farina 00

25 gr di cacao amaro

mezza bustina di lievito per dolci


Inoltre:

zucchero a velo per spolverizzare la torta

Preparazione:

Sciogliere il cioccolato con il burro.

A parte sbattere i tuorli con lo zucchero, finchè diventa un composto spumoso e chiaro.

Aggiungere il composto di cioccolato e poi la farina, il lievito, il cacao e le mandorle tritate.

Mescolare bene.



Montare gli albumi con il pizzico di sale e aggiungerli delicatamente al composto precedente, mescolando dal basso verso l’alto con una spatola.

Mettere il composto in una teglia da 22/24 cm. Tagliate le pere a fettine e disponetele a raggera sulla torta.

Infornate a 180 gradi per 40 minuti circa.

Sfornate, lasciate raffreddare, spolverizzate con zucchero a velo e gustate.



Baci e buona notte a tutti da Saretta!

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Padellata di Cozze con Spaghetti e Crostini di Vitello

MATTINO: latte scremato ml. 150; caffè ml. 50, pane g. 25; oppure the ml. 150; pane g. 50.

MEZZOGIORNO: Padellata di Cozze con Spaghetti, 150 g. di Cavoletti di Bruxelles saltati in padella con un cucchiaino d’olio e uno spicchio d’aglio, 150 g. di frutta di stagione.

SERA: Crostini di Vitello in salsa g. 50, un frutto (g. 150).

Le ricette: Padellata di Cozze con Spaghetti

spaghetti
Cozze

Ingredienti: 150 g. di cozze pulite, (o gamberi o altri frutti di mare), uno spicchio d’aglio, peperoncino fresco, un cucchiaino di vino bianco, 50 g. di spaghetti

Fai soffriggere in una padella ampia un cucchiaino d’olio con l’aglio e il peperoncino. Aggiungi le cozze e lasciale cuocere fino a quando non si saranno aperte. Pepale e togliele dal fuoco.
Cuoci la pasta in abbondante acqua salata. Scolali e condiscili nella padella con le cozze. Mangia la padellata di cozze con spaghetti ben calda.

Crostini di Vitello in salsa

Ingredienti: 50 g. di pane toscano, pepe, 200 g. di scaloppine di vitello, 45 g. di zucchine, 100 g. di carota, 50 g. di sedano, un cucchiaio di capperi.

Lava le zucchine, spuntale e tagliale a bastoncini sottili. Pulisci le carote, lavale e tagliale come le zucchine. Trasferisci tutti i bastonciniin una ciotola con acqua fredda e riponili in un luogo fresco.
Monda il sedano, lavalo, asciugalo e frullalo con un pizzico di sale, assieme i capperi e a un cucchiaino d’olio, fino a ottenere una salsa fluida. Taglia le scaloppine di vitello a straccetti, rosolale un minuto in una padella, mescolando sempre, con un cucchiaino d’olio e pepe e falle intiepidire.
Griglia il pane toscano nel forno caldo. Condisci gli straccetti di vitello con la salsa di sedano, distribuiscili sulle bruschette di pane tostato, aggiungi i bastoncni di verdure ben sgocciolati e mangia subito i crostini di vitello in salsa.

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Marmellata di fichi e cacao

Ideale e particolare da realizzare in questo periodo nel quale i fichi non mancano certo!L’abbinamento fichi e cacao è davvero delizioso come dice Karamamma del Ricettario di Bianca,autrice di questa bella ricetta che ho provato e gustato oggi stesso…anche mio figlio di tre anni e mezzo ha gradito molto!

Ingredienti
I kg di fichi
350 g di zucchero
1 bustina di vanillina
3 cucchiaini di cacao
3 cucchiai di rum (a piacere,io non l’ho messo perchè la mangiano anche i miei bimbi)

Procedimento:
mettere i fichi tagliati a pezzi in una pentola, aggiungere lo zucchero e la vanillina e lasciarli riposare un’ora.
Porre sui fornelli e cuocere a fuoco medio mescolando. Dopo 30-40 minuti (dipende un po’ dalla qualità dei fichi) aggiungere il cacao.
Quando,versandone un cucchiaino su un piatto, il composto scorrerà lentamente, la marmellata avrà raggiunto la giusta consistenza e sarà pronta, aggiungere il rum, far evaporare e invasatela ancora calda fino ad 1 cm dal bordo del vaso, infine mettete il coperchio ermetico.
Avvolgete i vasetti in strofinacci e fate bollire per 25-30 minuti secondo la grandezza dei vasetti.
Così sterilizzati si conserveranno a lungo.

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Cous Cous con melanzane, tacchino e mandorle al profumo di menta…buonissimo!

Per chi ama il cous cous e cerca sempre nuovi spunti per mangiarlo ecco una ricetta semplice ma davvero deliziosa e particolare.

Ingredienti per 2 persone:

Per il cous cous:
140g cous cous
200ml acqua
1 cucchiaino sale grosso
1 cucchiaio olio evo
1 cucchiaino di burro o margarina

Per il condimento:
2 fette di fesa di tacchino
100ml acqua
1 melanzana
1 cucchiaino di brodo granulare di verdure
curcuma qb
menta essiccata qb
1 manciata di mandorle pelate
sale qb
olio evo qb
aglio in polvere qb

Prima di tutto preparate il cous cous ponendolo in una casseruola, aggiungendo un cucchiaio d’olio e sgranandolo con la forchetta. Fate bollire l’acqua salandola, versate il cous cous, spegnete il fuoco e lasciatelo riposare coperto 5 minuti in modo che si gonfi. Al termine dei 5 minuti sgranatelo di nuovo con la forchetta e -procedete con la preparazione del condimento. Ungete leggerissimamente il fondo di una padella antiaderente, scaldatela e aggiungete le melanzane tagliate a listerelle. Condite con la curcuma e coprite con l’acqua, insaporite con il brodo granulare e lasciate cuocere qualche minuto fino a che le melanzane non risultino uniformemente colorate. Aggiungete il tacchino tagliato a listerelle anch’esso e condite con una spolverata di menta. Lasciate cuocere fino a che la carne non sia ben cotta e l’acqua non si sia asciugata del tutto. Aggiungete le mandorle spezzettate grossolanamente con le mani. Aggiungete il burro al cous cous e fatelo andare altri 5 minuti a fuoco basso continuando a sgranarlo in modo che non formi grumi. Versate il cous cous nella padella del condimento, aggiustate di sale e spolverate con l’aglio in polvere. Amalgamate bene il tutto e servite condendo con un filo d’olio.


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testa di ovetto


L’altro giorno mia figlia mi ha portato un regalino……eccolo qua.
E che sara’ mai , vi chiederete voi?
Questo utensile da cucina serve per fare le uova sode o alla coque in forno
microonde, perche’ come sapete se mettete un uovo dentro , scoppia.
Io non lo avevo mai ne’ visto ne’ sentito .
Allora proviamo a vedere come si fa ……..
Svitare l’ utensile che per praticita’ lo chiamero’ ” testa di ovetto”.


Mettete l’ acqua fino al segno interno, non di piu’ mi raccomando.


Mettete la parte in allumino dove verra’ postato l’ uovo.


Mettete dentro l’ uovo crudo , attenzione non deve essere molto grande,
perche’ poi non si chiude.


Chiudete LA TESTA DI OVETTO.


Mettetelo in microonde al massimo per 2 minuti e mezzo per l’ uovo alla
coque.
Per avere un uovo sodo 4/5 minuti sempre al massimo.
A casa difficilmente mangiamo uova sode o alla coque.
Questo regalo , che sarebbe per me, per agevolarmi la vita,
mi serve per cucinare una volta alla settimana l’ uovo sodo per CHARLIE.
Vi chiederete … chi sara’ mai costui?

ECCOLO
in tutta la sua bellezza
vi presento CHARLIE

Il nostro canarino viziato e prepotente
Avete capito per chi era il regalo?
un saluto a tutte voi
ANTONELLA

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E anche quest’anno facciamo i peperoncini ripieni!!!!


La gioventù, a cui si perdona tutto,..non si perdona nulla……


Alla vecchiaia, che si perdona tutto, non si perdona nulla…

George Bernard Shaw (1856-1950)


Ogni anno decido di non farli ma poi…..arriva una telefonata da parte di mia figlia:

“Mamma li fai i peperoncini ripieni?”

Ed ora si è aggiunto anche mio figlio…per cui è stato giocoforza prepararli…..

Per me sono in assoluto la preparazione più rognosa …un pomeriggio intero per ottenere alla fine tre barattoli…li vedrete poi in seguito…..

Questa è stata la prima puntata ….la seconda fra qualche giorno quando ne acquisterò un’altro po’…

Mi piacerebbe sapere anche le ricette delle mie amiche qualche variante di sicuro c’è!!!

Tempo di preparazione: circa 3 ore.. più o meno per 1 kg di peperoncini
Costo: Medio-alto
difficoltà:**

INGREDIENTI

Peperoncini
aceto bianco
vino bianco o acqua
sale q.b.
capperi
acciughe sott’olio
tonno
olio extravergine

Io li lavo con cura, li asciugo, ne taglio la sommità e con la coda di un cucchiaino li svuoto completamente…..


Tutte le operazione vengono eseguite con un doppio paio di guanti…non si sa mai se dovessero essere piccanti…..


Intanto metto a bollire in una pentola metà vino bianco ( o acqua se si preferisce) e metà aceto con l’aggiunta di una manciatina di sale grosso…..

Ho fatto bollire per pochi minuti poi metto a cuocere i peperoncini , una quindicina alla volta, per 4′ esatti…questi erano un po’ grandini, altrimenti 3′ sono sufficienti….


Li scolo con una mestola forata e li metto a testa in giù a scolare perfettamente e a raffreddare…. si vede nelle foto postate prima….


Ecco qui di seguito gli ingredienti con cui li riempio…..


Tonno di buona qualità ( io uso tonno Palmera che mi sembra quello che abbia un buon rapporto qualità-prezzo)…

C’era anche la foto delle acciughe ma è…sparita!


3 capperi per ognuno…..


Ed un pezzetto di acciuga sottolio….


E tanto tonno sbriciolato fino a colmarli completamente…..


Faccio un po’ un lavoro a catena e cioè prima li riempio tutti con capperi, poi continuo con l’acciuga per poi finire con tonno…..


Siamo quasi alla fine: dispongo i peperoncini nei barattoli in modo da creare un effetto decorativo…..


Anche l’occhio vuole la sua parte…..


Ecco i barottoli che ho usato …non troppo grandi e con le gomme ovviamente nuove….

Volendo, sciacquarli con l’aceto puro ( mia madre mi ha consigliato di farlo) prima di imbarattolare…..

Colmare con olio extravergine, eventualmente aggiungerne dell’altro man mano che viene assorbito dalla preparazione e, basilare, è l’uso di questi pressini che fanno si che i peperoncini siano sommersi dall’olio senza vagolare per il barattolo …


Sono in vendita in tutti i supermercati e anche nei negozi di casalinghi e in varie dimensioni….


Ed ora che li ho preparati mi sento contenta….


Se poi si pensa che io non li assaggio neanche perché i peperoni mi fanno male…sento sulla testa l’aureola che lampeggia!!!!


Aspetto altri consigli……mi piacerebbe sapere in quali altri modi le mie amiche li preparano…. tanto c’è sempre da imparare!!!

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Torta all’ ananas.

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Buonasera ragazze, oggi finalmente qualcosa di dolce, molto facile da fare, baci…..

Ingredienti:

Per la glassa:
60 Gr di burro;
120 Gr di zucchero;

Per l’impasto:
2 uova;
150 Gr di burro;
150 Gr di zucchero;
100 Gr di farina 00;
1 di lievito;

Per decorare:
Ananas sciroppato;
Ciliegine candite;

La prima cosa da preparare è la glassa, facendo sciogliere in un pentolino il burro e lo zucchero, mescolando continuamente senza farlo bollire mai, metterlo in una teglia a cerniera, aggiungere l’ananas.
Nel frattempo sbattere le uova con lo zucchero, aggiungere la farina ed il lievito setacciati ed infine il burro sciolto. Versare il composto nella teglia sopra la frutta, infornare a 200° per 25 minuti. Appena si raffredda aprire la cerniera facendo attenzione a non romperla, rovescialra su un piatto da portata e finire la decorazione con le ciliegine.

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Polpettone di patate e zucchine

In verità dalle mie parti se chiedi il polpettone te lo portano di carne.
Ricordo ancora quanto mi piaceva quello che faceva mia nonna; lei prima lo faceva bollire nel brodo e poi lo ripassava in umido con le olive.
Mamma com’era buono!
Peccato che non ho mai chiesto come lo facesse e adesso purtroppo non se lo ricorda più.
Comunque visto che mi sto per trasferire a Genova, e là il polpettone è con patate e fagiolini, ho voluto provare a farlo anch’io di verdure.
Ma i fagiolini proprio no, non mi piacciono. Quindi li ho sostituiti con le zucchine e il risultato è stato davvero ottimo!

Ingredienti:
4 zucchine (più o meno 800g)
5 patate (più o meno 500g)
1 pezzetto cipolla
2 uova
20g grana
40g pangrattato + altro x ricoprire
1 pizzico di prezzemolo tritato
1 pizzico di noce moscata
olio
sale e pepe

Procedimento:
1) Sbucciare le patate, tagliarle a cubetti e lessarle in acqua salata.
2) Una volta cotte passarle con lo schiacciapatate.
3) Tagliare le zucchine a rondelle e farle ben rosolare con un filio d’olio e un pezzetto di cipolla tritata; salare e pepare.
4) Unire alle patate la noce moscata, le uova, un pizzico di pepe, il pangrattato, il formaggio e le zucchine.
5) Accendere il forno a 180°.
6) Mettere della carta da forno su una teglia, cospargerla con del pangrattato.
7) Versare sopra il composto e dargli la forma del polpettone, aiutandosi con la carta forno.
8) Cospargere con altro pangrattato, dare una passata d’olio e mettere in forno x 40minuti.
9) Lasciare raffreddare prima di servire.

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E tra poco si parte… !!!

Miei cari lettori, e mie carissime lettrici, siamo giunti alla fine di agosto…
E chi lo avrebbe mai detto?
Quest’estate è passata in un lampo.

Finalmente il mio adorato blog chiude i battenti ed io me vado in vacanza.

Non preoccupatevi, sarà solo per qualche giorno (anche se avrei bisogno di una vacanza lunga una vita).


Parto con il mio ragazzo, destinazione?
Ancora sconosciuta, mi ha fatto una sorpresa bellissima è?
Vi confesso che qualche sospetto ce l’ho, ma alla fine, dato che ormai mancano una manciata di giorni, lo scoprirete al mio ritorno.
Non vedo l’ora!!!

E non mi sembra vero…
Quindi:
Buone Vacanze

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Frittata con fagiolini e tonno

Io purtroppo non l’ho potuta assaggiare, perchè sono allergica al tonno. Quindi dovrete essere voi che se la proverete mi dovrete dire com’è…in casa mia mangiano, ma non ti dicono mai se era buona o meno..

Ingredienti:
200g fagiolini
100g tonno sott’olio
5 uova
1 spicchietto d’aglio (facoltativo)
1 pizzico di prezzemolo tritato
1 noce di burro
pepe

Procedimento:
1) Lessare i fagiolini, scolarli e lasciarli freddare.
2) Tritarli, aggiungere il tonno, il prezzemolo, il pepe e le uova sbattute.
3) Ungere leggermente la padella col burro e cuocere la frittata.

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Focaccia alla rughetta farcita con prosciutto crudo


Buonasera! Questa focaccia è nata un pò per caso…avevo lavorato l’impasto per preparare dei sgonfiotti con quel poco di rughetta che aspettava ancora di essere consumata…che poi avrei dovuto friggere…ma all’ultimo la voglia di affrontare una frittura si è volatilizzata…(succede anche a voi?!) e così ho rimediato stendendo l’impasto in una teglia da forno…ed è allora che siamo rimasti piacevolmente sorpresi! Chissà…magari un’altra volta questi “famigerati” sgonfiotti li preparo per davvero!!! :)

Ingredienti:
500 g di farina (io ho usato la 00) + quella per l’eventuale lavorazione
1 panetto di lievito di birra fresco (25 g)
1 mazzetto di rughetta (rucola)
olio extra vergine d’oliva
sale

prosciutto crudo q.b. per la farcitura (o qualsiasi altro salume di vostro gradimento; ora che ci penso della bresaola, secondo me, sarebbe perfetta!)

Lavare la rughetta, centrifugarla e sminuzzarla. Setacciare la farina in una ciotola ampia, aggiungere mescolando il lievito sciolto in 1/2 bicchiere d’acqua tiepida, una presa di sale e la rughetta. (Non essendo la focaccia preventivata io non ho aggiunto dell’olio extra vergine d’oliva, però penso che potrebbe renderla più saporita). Lavorare gli ingredienti, unendo se è necessario dell’altra acqua tiepida, fino ad ottenere un impasto ben omogeneo che lascerete riposare nella stessa ciotola in cui lo avete lavorato coperta con un canovaccio e lontano dalle correnti per 2/3 ore. Trascorso il tempo, con le mani infarinate rilavorare brevemente l’impasto e stenderlo a mano in modo da non ottenerlo troppo basso in una teglia unta d’olio (io ne ho usato una da 28 cm). Praticare delle fossette con i polpastrelli delle mani, spennellare la superficie con un’emulsione di olio ed acqua ed aggiustare di sale (come preferite: fino o grosso). Infornare a 180/200° per circa 20/30 minuti (in base al vostro forno) o fino a quando la focaccia non avrà raggiunto la cottura desiderata. Lasciare intiepidire, spaccare a metà e farcire! Se rimane… :) buonissima anche il giorno dopo scaldata nel forno o nel tostapane.
Stefano e Veronica

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Biscottini di frolla montata… E storia di ordinaria follia con improbabili utensili in cucina.

La sparabiscotti – Atto secondo.
Ho comprato la sparabiscotti (alt, sarebbe lo sparabiscotti, come riportato sulla scatola, ma andiamo secondo me è assolutamente un sostantivo femminile!!!) dopo una ricerca compulsiva, ho visto in giro per il web magici biscotti e subito è schizzata in cima alla lista dei miei desideri culinari. Ho poi letto le caratteristiche :
Facile da usare (anche con una sola mano)
Facile da pulire
Realizza forme divertenti e originali in un attimo
E la mia gioia per l’acquisto è cresciuta a dismisura. Così un giorno in cui il mio umore non era particolarmente buono ho deciso di trovare l’autoconsolazione nella sparabiscotti, volevo realizzare dei biscottini divertendomi e rilassandomi. Non mi sono né divertita né rilassata, ma in compenso sono nati loro.
Decisa a non demordere pochi giorni dopo ho ripreso in mano il giocattolo nuovo, seguendo una ricetta consigliatami sul forum di alf, ed eccomi qua con questi graziosissimi biscottini.
Continuo però a pensare che non è affatto facile da usare, ci vorrà pratica forse, e di sicuro non ci vuole propriamente un attimo, ci sono stata dietro una mattinata… Ma soprattutto “anche con una sola mano”?!?!?! Ancora un po’ e cercavo di usare i piedi…. Mah, sarò io impedita! Comunque sono così soddisfatta del risultato finale che continuerò ad usarla e prima o poi, forse, sarò la perfetta regina dei biscotti che la usa solo con una mano divertendosi per infiniti attimi.

Ecco la ricetta, che io ho preso qui, con le mie piccole modifiche
300 g farina
200 g di burro
100 g di zucchero a velo
1 uovo

Togliete il burro dal frigo con un po’ di anticipo. Montatelo a lungo con le fruste elettriche fino a che diventa ben cremoso. Aggiungete lo zucchero a velo e continuare a montare. Aggiungete l’uovo, e infine la farina.
Caricate la sparabiscotti e fate due “sparate” per ogni biscotto. Infornate a 170° per 15 minuti.
Fate raffreddare su una gratella per dolci.

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Patate e funghi? sì ma Finger food

cestini di patate e funghi

Ve la anticipo qui, perchè è troppo bella. Anzi, no: bella, non lo è per niente o quanto meno non o è stata per noi che, tanto per cambiare, ci eravamo in mezzo. Però, è così “singolare” che temo che per un bel po’ di tempo mi sarà impossibile parlare di funghi senza associarli a questo episodio.

Dunque, non so se vi ho mai raccontato che a mio marito piace andar per funghi. Ci va sempre meno spesso, purtroppo, perchè è oberato dal peso del lavoro ( e dell’età e di tutto il resto), ma appena arriva la stagione, se ha un momento libero, prende un bastone, infila gli stivali e parte. In più, la casa di famiglia dei miei suoceri è in un bosco dove nascono quasi solo porcini: e quindi, ogni volta che si avventurano oltre la prima linea degli alberi, possiamo star certi di una cosa: che se mai ci saranno dei funghi, a riempire i cestini, questi saranno solo dei “neri”
Grosso modo a tre quarti della vacanza scozzese, mentre stavamo scendendo lungo le Highlands, ci siamo avventurari in una delle tante stradine panoramiche che costeggiano i laghi. Il percorso si allungava e ci si perdeva in comodità, ma la bellezza del paesaggio circostante valeva la pena di sobbarcarsi il disagio dei km in più e dei sobbalzia alla schiena. Al solito, il rituale era lo stesso: macchina di traverso sul ciglio della strada, con me a sorvegliare che non fosse di intralcio e il marito e la figlia in giro a far foto.
Quel giorno lì, però, la creatura non si era voluta spostare di un millimetro dal sedile posteriore, complice il libro che stava leggendo e così eravamo rimaste in due ad aspettare il ritorno di Giulio. Che però non arrivava.
“Come mai ci mette tanto?” mi chiedevo, mentre davanti a me sfilavano immagini di cadaveri portati via dalla corrente o straziati da cervi inferociti. E siccome di natura sono ansiosa e mia figlia non mi degnava di una risposta, ho deciso di scendere e di andare a cercarlo.
“Porciniiiiiiiiiiiiiiiii” l’ho sentito urlare da lontano “prendi un sacchetto e vienimi incontro, che c’è pieno di funghi!”
Detto fatto: mi armo di sacchetto (Walkers, quello degli Shortbread) e lo raggiungo. non prima però di essermi inciampata in tre esemplari, l’uno più bello dell’altro, proprio lì sul ciglio della strada.
” E ora?” gli chiedo, mentre ci dirigiamo a sud. “cosa ne facciamo?”
“Niente: li diamo alla signora del B&B e le chiediamo di prepararcene un po’ per domani. Il resto, se li tiene”
Ora, non so voi ma se c’è una cosa a cui non so resistere è il profumo dei funghi. Fatemi assaggiare qualcosa- qualsiasi cosa- che abbia questo profumo e potete star certi che lo mangerò, senza esitazioni. E quindi, vi lascio immaginare in che condizioni siamo arrivati al B&B, affamati come lupi e levando in alto il sacchetto, a mo’ di offerta votiva.
“Poison”. La signora sembra uscita da un fumetto. Ha i capelli lunghi e ricci, gli occhialini tondi e il naso in su, un camicione a fiori e i sandali senza calze. Mentre scaricavamo i bagagli ci ha fatto una testa così sulla sicurezza, le uscite antincendio e l’uso dei saliscendi delle porte, ripetendo che, se altrove fumare è un divieto, lì è un peccato (a pity) e pure mortale (deadly pity) e ora, davanti ai nostri porcini, ha lo sgurdo incrollabile di chi sa di essere nel giusto.
“Sono velenosi”
Il marito strabuzza gli occhi, poi li fissa prima sui finghi e poi su di lei. E comincia a spiegarle che questi sono porcini, altrimenti detti Boleti non so come, che in casa loro li raccolgono da una vita, che sua madre è una botanica, che lui li ha bevuti nel latte e ogni altra argomentazione per strapparle un sì
Ma quella, non cede di un millimetro, anzi
“Poison, Deadly poison”.
E così, ci siamo rassegnati. Immobili, senza colpo ferire, abbiamo assistito al rito della spazzatura, con la tipa che prendeva il sacchetto, lo teneva accuratamente lontano da sè e lo faceva cadere nel bidone della rumenta, chiudendo subito il coperchio. Ma se vi dico che, al mattino dopo, davanti a quella poltiglia limacciosa che fa acqua da tutte le parti e che loro chiamano “mushroom” ci siam quasi messi a piangere, mi credete o no???

CESTINI DI PATATE CON CREMA DI PORCINI E ROSMARINO
da Easy Finger , di Sigrid Verbert

cestini di patate e funghi

Ideona/ina della Cavoletto per far fuori anche gli ultimi gambi del bottino dei suoceri, dopo averli mangiati fritti, nel sugo e con le patate- e stasera ci aspetta un risotto. Ieri, però, mi erano rimaste fuori dalla teglia alcune patate e così ho recuperato questa ricetta veloce, ottimo finger food da aperitivo autunnale
Per una ventina di cestini
4 piccole patate
4 porcini (io ho usato una decina di gambi)
50 g di ricotta
1 rametto di rosmarino (prezzemolo, nel mio caso)
1 dl di olio d’oliva
1 spicchio d’aglio

Versare l’olio in un pentolini, aggiungere il rosmarino, far scaldare leggermente, spegnere e far riposare per 20 minuti
(ho omesso tutto questo procedimento, perchè, come ho detto, ho usato il prezzemolo)
Intanto, pulire i funghi, tagliarli a pezzi e saltarli in padella con un filo d’olio, l’aglio in camicia e il rosmarino. Eliminare l’aglio, frullare i porcini con la ricotta, salare e pepare. Sbucciare le patate e tagliarle a fettine sottili. Eliminare il rosmarino e spennellare ogni fettina di patate con l’olio, prima di sistemarle, 4 o 5 alla volta, disposte a fiore, in stamppini per mini crostate (ho usato quelli per le mini quiches). Infornare a 180 gradi per una decina di minuti (nel mio forno, anche 5). Sfornare i cestini, lasciare intiepidire e guarnirli con la crema di porcini.
Ci vediamo stasera, per la Scozia
ciao
ale

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In Scozia: quinto giorno. Edimburgo

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“Quanti giorni, ad Edimburgo?”

Bella domanda. Una vita, mi verrebbe da rispondere, visto che se mai c’è una città ad avere un posto speciale nel mio cuore questa è proprio la capitale della Scozia. Però, abbiamo tre settimane e un viaggio lungo e tappe difficili da raggiungere, molto di più di quanto non lo sia questa. Senza contare che Edimburgo è magica e ruffiana al tempo stesso e ti si concede tutta sin dal primo sguardo, senza nessuna reticenza, senza nessun bisogno di superare ostacoli, urbanistici o culturali che siano. Non è Glasgow, dalla bellezza rude e schiva, gelosa custode di tesori inimmaginabili, da tanto son nascosti: al contrario, è un susseguirsi di immagini da cartolina, perfette e mai stucchevoli, da tanto vivono della vivacità e della simpatia di chi lì vive o lavora. E poi, a ben pensarci, io ci son stata tante, volte, se a mio marito piace troveremo un’altra occasione per ritornare e a mia figlia ci vuole ancora del tempo, per assaporare e capire e il tutto e subito, in questo caso, non funziona.
“Un giorno basta”- taglio corto, spuntando mentalmente dalla lista dei posti da vedere tutto quello che può richiedere visite approfondite e quindi tempo. Cadono sotto i colpi della gomma il National Museum of Scotland, l’Osservatorio, la National Gallery (forse) e la Georgian House (ma anche no), mentre punto la sveglia mezz’ora prima del previsto e mi addormento organizzando e riorganizzando la giornata, nel disperato tentativo di incastrare tutto.

Ci si è messa pure la pioggia, a scombinarmi i piani- e stavolta non sembra che abbia intenzione di smettere. Usciamo dal parcheggio di Castle Terrace con gli ombrelli sotto braccio, in segno di resa: d’altronde, non è tempo per le manfrine, le indecisioni, il “semmai torno indietro a prenderli”: son solo le nove, ma i turisti abbondano e il Castello è a pochi passi.

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Dire Edimburgo e pensare al Castello è un riflesso incondizionato. D’altronde, sarebbe impossibile fare il contrario, visto che la fortezza che da secoli domina la città è il fulcro della sua storia. E’ dal castello che deriva il nome (dyn, in gaelico, sta per fortezza), è dal castello che trae origine il soprannome (l’Atene del Nord, una specie di acropoli), è nel castello che si sono succeduti gli eventi storici più importanti, dalle imprese di re Malcom fino a quelle di Bonnie Prince Charlie, passando per Robert the Bruce e l’immancabile Maria Stuarda che qui diede alla luce il futuro re d’Inghilterra. La visita, quindi, è d’obbligo, come si intuisce dalle code al botteghino. Noi le dribbliamo, grazie ai soliti abbonamenti, ed iniziamo a salire.

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The Castle è, propriamente, una grande fortezza. Quindi, non aspettatevi di entrare in un castello, ma in una serie di edifici, più o meno grandi, più o meno importanti, tutti disposti intorno alla spianata, sui cui bastioni un tempo si combattevano guerre, oggi ci si spintona per fare la foto al panorama: “ma se si può essere più cretini- dico a mia figlia, accennando col mento a due che si stanno infradiciando fino alle mutande per raggiungere l’inquadratura perfetta- “almeno si vedesse qualcosa, uno potrebbe anche capirlo, ma così…ce ne saranno di scemi, al mondo”. Questo lo dico proprio nell’esatto istante in cui uno dei due si gira, rivelando a tutti gli astanti di essere il marito: neanche a farlo apposta, intorno a noi ci son solo Italiani , quella deficiente della creatura, anzichè filarsela all’inglese, resta dov’è, piegata in due dal ridere e nel giro di tre minuti stanno ridendo tutti. Tranne me, naturalmente…

Dei vari edifici che compongono il Castello, quello dove la fila è più lunga ospita i gioielli della Corona. Quello che a me invece è sempre piaciuto più di tutti è il Memorial, una sala del XVIII secolo tutta consacrata agli scozzesi vittime delle due guerre mondiali. E’ una successione di tante piccole cappelle, ognuna con le bandiere e le insegne del corpo militare di appartenenza, sotto alle quali si trova il libro con tutti i nomi dei defunti, reparto per reparto. Ovunque, corone di papaveri rossi, ad indicare una morte che deve essere oblio per i caduti- ma solo per loro

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Giramo un’ora per il Castello, fermandoci ovviamente ad ascoltare la prima delle tante cornamuse che faranno da sottofondo a questo viaggio. Fedeli alle consegne, gli Scozzesi suonano anche se diluvia, coperti da cerate nere che arrivano fino alle ginocchia, fra il tripudio dei bambini e l’esaltazione dei soliti “foto-ricordo-addicted”, che agognano ad essere immortalati accanto a loro. Stavolta è una giapponese a mettersi in posa, in linea perfetta con la direzione delle canne dello strumento: il suonatore le inclina e la centra in pieno, con un tempismo degno del migliore dei film comici. Dio esiste- e porta il kilt.

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Il Royal Mile o “miglio reale” è il nome che viene dato alle strade che collegano The Castle con Holyrood Palace, all’estremità opposta. Milleseicento metri di meraviglie, funestati purtroppo dalla massiccia presenza di negozi per turisti- turisti compresi. “Vent’anni fa, non ce n’erano quasi”, borbotto, mentre mi faccio strada fra espositori di magliette e venditori di cartoline, alla disperata conquista della mia meta, mai agognata come in quest’ultimo mese e altrettanto additata agli amici come rimedio di tutti i mali: il negozio che vende i famosi Sixpence, le monetine che tradizionalmente accompagnano tutti i riti del popolo britannico- dal pudding di Natale alla scarpa della sposa (and a sixpence in your shoe)- spazzate via dall’introduzione del sistema decimale, nel 1970 o giù di lì. Da quel momento in poi, i Sixpence sparirono quasi del tutto: molti vennero custiditi gelosamente, allo scopo di mantenere vive le tradizioni del passato (senza andare troppo lontano, sia io che mia sorella siamo andate all’altare con un sixpence nella scarpa), ma la maggior parte finì sui banchi di qualche antiquario astuto che ne fece incetta a tempo debito per farci ricarichi mostruosi su. Uno di questi si trovava proprio nel Mile, più o meno a metà ma, per quanto mi affanni a cercarlo, non lo trovo. Trovo però il negozio del cachemire e quello dei kilt, dove si fanno due lunghe soste consolatorie- e pazienza se il negozio non c’è più: la fortuna, è rimasta lo stesso.

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La creatura è in estasi: e non per il nuovo kilt superaccessoriato che le abbiamo regalato, ma per gli artisti che animano il Mile. Siamo agli inizi del Festival Internazionale, una rassegna che, dal 1947, riunisce ogni anno ad agosto giovani artisti da tutto il mondo- ballerini, attori, cantanti di ogni genere. Gli spettacoli sono alla sera, ma di giorno le compagnie scorrazzano per le strade del centro, ora inscenando piccoli spettacoli, ora facendo assaporare qualche breve anteprima, in una caccia allo spettatore pagante che altrove potrebbe suonar fastidiosa ma che qui ti fa rimpiangere il poco tempo a disposizione.

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E’ anche tempo di Military Tatoo, la grande parata militare che ha sede nel piazzale antistante al Castello, in contemporanea col festival. Per quanto più turistica, è una manifestazione commovente: almeno, io mi sono commossa, ogni volta che ci sono stata e per questo ci sarei tornata volentieri. Ma i biglietti si acquistano con mesi di anticipo e noi , alla Scozia, abbiamo pensato troppo tardi. E così, deviamo verso St. Gills, la cattedrale della città, nota per essere la sede della Cappella dell’Ordine del Cardo, l’onorificenza più ambita di Scozia. Tanto ambita che, per visitarla, è richiesto un supplemento….

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Da St. Gills in giù, la frenesia si placa, per lasciar spazio all’Edimburgo sorniona ed elegante che ricordavo. Anch’io tiro il fiato e finalmente ritrovo le cose di un tempo, le insegne dei negozi

la bottega del fudge

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il Christmas Shop

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e, finalmente, il vecchio pub di Cannogate, dove ci fermiamo per pranzo e dove il marito ordina il famigerato Haggis. “Famoso” sarebbe l’aggettivo più indicato perchè, di solito, è così che ci si riferisce al piatto tipico di una località. Ma con l’haggis le cose cambiano: intanto, perchè si tratta di un vero cibo da Highlander: un insaccato di cuore, polmone e fegato di pecora, uniti a grasso di rognone, cipolle e spezie varie e fatti bollire direttamente nello stomaco dell’animale (morto, sia chiaro). In più, io per anni sono stata costretta ad assaggiarlo, per doveri di contratto, prima ancora di ospitalità, perchè, lavorando nel turismo, non potevo certo far vedere ai clienti che non mangiavo le prelibatezze che mi venivano messe nel piatto. Se a ciò aggiungete che ogni volta che vado dal macellaio vengo minacciata col coltello perchè vorrei che togliesse il grasso dalla carne, vi lascio immaginare come io sia ben disposta verso quel piatto. Che, ovviamente, il marito ordna subito.
“Stai scherzando, vero?” gli chiedo, quando decifro qualcosa di molto simile ad “agghii” nell’incomprensibile slang americano che il marito si ostina a considerare inglese
“No, perchè? lo assaggio”
” Guarda che è una schifezza… nel senso, che io l’ho mangiato, mi ci hano costretta ogni volta, ma fidati, un incubo… anzi, la guida dice pure che ormai è una specie di leggenda, che non lo mangia più nessuno, e come si fa…”
Io lo so, ora, cosa state pensando in questo momento: e cioè che il marito abbia mangiato l’haggis, trovandolo ottimo. Per carità, non state sbagliando, anzi: lo ha trovato ottimo e difatti lo ha mangiato. solo un terzo, però: perchè il resto è finito nello stomaco della creatura la quale, dimentica dei “no, lì c’è stata dell’insalata e allora non lo voglio” e “no, lo yogurt solo magro perchè sennò ingrasso” si fa fuori sotto i miei occhi mezzo metro di immondo budello, condendolo con mugolii di ogni tipo- mmmmhhhh… spettacolo…mmmhhhh… quant’è buono…. fino al colpo finale del “capisci perchè a casa non mangio? perchè tu, ‘ste cose, mica me le prepari…”

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Holyrood Palace è la residenza ufficiale della Regina quando viene in visita in Scozia e difatti non è detto che lo si possa visitare sempre: fortunatamente, Sua Maestà non è più una ragazzina e quindi ama avere delle abitudini, che la vogliono a luglio a Holyrood e ad agosto a Balmoral, ma non è detto: per cui, informatevi sempre con un certo anticipo, se volete visitare gli interni. Secondo me, merita un giro, anche se il biglietto è caro e non rientra in nessun pacchetto scontato. Le guide sono simpatiche e sono le uniche che riescano a rendere divertenti le gallerie diei 110 ritratti dei vari Reali ingelsi, soffermandosi su aneddoti e retroscena non sempre convenienti. E se poi siete fra quelli che amano le storie di lacrime e sangue, la stanza dove fu ucciso Rizzio, il fascinoso segretario di Maria Stuarda, è quello che fa per voi….
Di fronte ad Holyrood, sorge un’orrenda costruzione, mai vista prima di allora, che ospita il Parlamento Scozzese: risale a pochi anni fa e ne parleremo meglio nell’ABC ma, in ogni caso, sotto l’aspetto architettonico è un pugno in pieno viso.

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Risaliamo verso New Town, passando per Princes Square e per Jenner’s, la risposta scozzese ad Harrods. Nulla a che vedere, per carità, ma la creatura ha appena saputo di una crociera premio che i nonni le regalano quest’autunno in Egitto e tanto basta per provarsi tutti i vestiti da sera, mentre io e mio marito continuiamo a chiederci “premio…de che???”

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Si chiama “New Town” mai in realtà risale al XVIII secolo che qui vide il trionfo dell’età giorgiana. E difatti, il quartiere a Nord di Princess street è contraddistinto da una straordinaria unità architettonica, che sembra inimmaginabile se confrontata con il meraviglioso guazzabuglio di architetture e di stili di Old Town: facciate lineari, porte colorate incorniciate da bianche colonne, ampi viali e ariose piazze sono il segno distintivo di queste strade, il cui asse principale vada da St Andrew a Charlotte Square, dove ha sede la famosa Georgian House.

Date retta a me: andateci. E vedrete che non ve ne pentirete. E’ una casa arredata con mobilio originale, che risale proprio all’epoca della costruzione della piazza e che testimonia in modo vivido ed eloquente la vita di quegli anni. L’avrò vista dieci volte e quindi non mi dispiace tirar dritto, di fronte ai “no” imperiosi del marito e della figlia. Ma, se non ci siete ancora stati, un giro fatelo. Ne vale davvero la pena

Alla National c’è una mostra sui Giardini degli Impressionisti, che ci godiamo dal primo all’ultimo quadro, bookshop compreso. La creatura è indecisa fra i semi da regalare a mia suocera e perdiamo mezz’ora per comprare una bustina, ma alla fine lei è contenta ed io pure. Il tabellino di marcia è perfetto, ci siamo pure concessi una deviazione inaspettata e ora possiamo goderci un giro per i giardini fra Princes Street e The Castle. Anche se ha smesso di piovere da un pezzo, il prato è ancora bagnato e di giocatori di golf metropolitani nemmeno l’ombra. Quando lavoravo qui, pranzare sulle panchine e provare a mandare una palla in buca era di prassi: ma ora è tardi e gli stand del festival hanno invaso ogni spazio. Guardo l’orologio: ancora una cosa- e poi siamo a posto

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Ve lo ricordate Bobby, il cane che vegliò sulla tomba del suo padrone per quasi vent’anni, fino a quando morì egli stesso? mia figlia ci è cresciuta, con questa storia e quindi una tappa a Greyfriars è d’obbligo. Già che ci siamo, giriamo per Grassmarket, il vecchio quartiere del mercato, il più vero di tutti, con vicoli ripidi e bui a far da contrasto a piazzette che pullulano di tavolini e risate. Ci fermiamo a sentire una band di olandesi, quel tanto che basta per convincere la creatura a premdere accordi con un amico “che quando torno, lo facciamo anche noi in Corso Italia”. Mio marito sorride, io abbozzo, commossa, lei è tutta felice. Ve lo avevo detto, no?, che Edimburgo è una città magica?

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a domani sera
ale

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Nigella’s Gingerbread…. ad agosto????

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Mettiamola così: attacco di cucina compulsiva. Di quelle che “lo-devo-fare-assolutamente”, eccchissenefrega se fuori co son trenta gradi, se vanno tutti al mare, se dovrai arrampicarti sugli specchi per dare uno straccio di spiegazione plausibile, che quanto meno ti faccia ancora apparire “strana” agli occhi degli amici e non “da ricovero immediato”.
Mai successo?
A me sì, un sacco di volte. E l’ultima, proprio sul finire della vacanza, mentre eravamo a Bath.
Prima, però, un passo indietro.
E’ da quando eravamo piccole che ad ogni viaggio mia mamma ci portava nei supermercati del posto in cui ci si trovava. Non che trascurasse il resto, tutt’altro: è che il supermercato costituiva un passaggio obbligato del nostro ruolino di marcia: museo-cattedrale- centro storico- super, con l’ordine che poteva variare ma i fattori che rimanevano sempre quelli. Dopodichè, iniziava la perlustrazione di tutti gli scaffali, con la stessa attenzione con cui, fino ad allora, avevamo perlustrato i corridoi delle pinacoteche o le navate delle chiese e poi si finiva inevitabilmente alle casse con carrelli pieni di prodotti allora da noi introvabili come la polenta bianca, le farine con vari semi, zuccheri dagli strani colori e spezie di ogni tipo, a rimpinguare lo scomparto del “famolo strano” della nostra dispensa.
Negli anni, le cose sono rimaste uguali: anche se, via via, ampliavamo il raggio dei nostri viaggi, il giro al supermercato rimaneva lo stesso- così come la stessa era l’incavolatura di mio padre, quando ci vedeva uscire cariche di borsine – “e cos’è che avete comprato, questa volta, possibile che a Genova non ce le abbiamo, ‘ste cose, mi spieghi dove le metto???” e via dicendo.
E così, quando ho cominciato a viaggiare da sola, in un modo ovviamente differente da quello dei miei genitori, questa abitudine l’ho mantenuta : in qualsiasi posto vada, la prima cosa che controllo sono gli orari del super più vicino e su questi mi regolo per tutto il resto. Non solo: nei posti che conosco meglio vi so anche dire “dove” comprare “cosa” e se siete particolarmente fortunati, oltre che il nome della catena, vi dò anche l’indirizzo. Volete farvi una scorta di Twinings? Andate alla Tesco, in Gran Bretagna: ve lo tirano dietro. E così per le spezie per i Lebcucken o le senapi aromatizzate e la creme fraiche: non vi dico che son pure aggiornata sui tre per due, ma non è detto che col tempo ci arrivi.
Insomma, per farla breve, non eravamo ancora arrivati a Bath che già mi ero fiondata in un WHSmith, che svendeva l’opera omnia della Nigella, facendo perdere un quarto d’ora ad una scaletta già risicata e suscitando il sarcasmo del marito (“Carola, la mamma mi ha fatto risparmiare anche stavolta, come siamo fortunati”); e quindi stavamo correndo come dei forsennati verso le terme quando, all’improvviso, mi viene in mente che, proprio dietro al punto in cui ci trovavamo in quel momento, vent’anni fa c’era un mega supermercato.
Sebbene normalmente abbia il senso di orientamento di un piccione viaggiatore morto (altro battutone del marito, su, su, ridete), i negozi li becco tutti alla prima. E così è stato anche stavolta, con un Waterstone modello centro commerciale, con una food hall da far paura.
“Il Waterstone è quello delle conserve”, ho replicato alle obiezioni del marito, con la stessa fermezza con cui i martiri prendevano la via del supplizio, e tempo un quarto d’ora avevo scorte di salse alla menta, composte di mirtilli rossi, paste di zenzero, crema di horseradish and so on tanto che, mentre ero in coda alle casse, notavo con soddisfazione di essere stata nei tempi.
Se non che, per ingannare l’attesa, ho aperto a caso un libro a caso della Nigella, alla pagina del Gingerbread, uno dei dolci più amati da mia figlia, che io ho sempre fatto con quello che il mercato genovese mette a disposizione. Mentre ora avevo l’occasione di rifornirmi di tutto, nientemeno che con la stessa Nigella a farmi da guida… ma quando mi capitava più?
e così, son tornata indietro, ho recuperato tutto quello che serviva e, una volta a casa, ho acceso il forno, per produrre the Real Homemade Gingerbread. In casa, c’era un profumo di attesa, con lo zenzero a ricordare il Natale e mia figlia che si torceva le mani – dai mamma, solo una fettina- mentre il dolce raffreddava sulla gratella, veniva ricoperto di glassa e poi messo sul tavolo “che fino a quando non è pronto, non si taglia”. Mi sembrava di essere tornata indietro di dieci anni, quando lei era piccola e la cucina era il posto tutto per noi, dove ci prendevamo cura l’una dell’altra, io preparandole le cose che più le piacevano, lei ricompensandomi con sorrisi sdentati e baci appiccicosi- e quando ho affondato il coltello nella torta, per offrirle la prima fetta, ero intenerita e commossa.
“Ecco, amore, tutta per te”

nigella's gingerbread

“bleahhhh, che schifo…. ma questo non è il pan di zenzero che fai tu! Questo fa vomitare!!”
Lo assaggio: non fa vomitare, tutt’altro. Ha un gusto pregnante, deciso, pungente, come tutti i gingerbread che si preparano in casa da una certa latitudine in su, quando con il sapore forte dello zucchero muscovado ci si cresce, sin da bambini. Per i nostri palati, da poco avvezzi al solo zucchero di canna, l’impatto è brusco, ma hai voglia a spiegarle che è solo questione di farci l’abitudine: “a me piace quello che fai tu”
E per una volta che “mamma 1- resto del mondo 0″, non insisto. Per cui, tornerò alla mia vecchia, collaudata e amatissima ricetta. Ma per quella, aspettiamo Natale…

NIGELLA’S GINGERBREAD
da How to be a Domestic Goddness

gingerbread

mezza tazza più due cucchiai di burro- 145 g di burro
mezza tazza più due cucchiai di zucchero muscovado scuro-circa 130 g
3/4 di tazza di corn syrup: il corn syrup è uno sciroppo di mais che da noi si trova in qualche negozio biologico. L’ho sempre sostituito col miele di castagno, andando molto ad occhio nelle dosi: qui potrebbero essere circa tre cucchiai
3/4 di tazza di melassa- 180 g.
2 cucchiaini di zeznero fresco, grattugiato fine
1 cucchiaino di cannella
1 tazza più due cucchiai di latte (250 ml)
2 uova grandi, leggermente sbattute
1 cucchiaino di lievito in polvere, fatto sciogliere in due cucchiai di acqua tiepida
2 cup di farina – 250 g

per la glassa
1 cucchiaio di succo di limone
100 g di zucchero a velo setacciato
1 cucchiaio di acqua tiepida
(apro e chiudo: con queste dosi, viene una glassa troppo liquida: se la volete compatta, come nella foto, partite da un cucchiaino d’acqua e uno di limone: se è il caso, avete tempo ad aggiungere quello che manca)

Sciogliere il burro con lo zucchero, il corn syrup, la melassa, la cannella e lo zenzero, in una pentola capace e , fuori dal fuoco, aggiungere le uova, il lievito con la sua acqua e il latte. Mescolare bene e aggiungere la farina, incorporandola perfettamente al composto: dovrete avere un impasto molto liquido. Riempite uno stampo da plum cake da un litro, rivestito di carta da forno e infornate a 180 gradi per 45 minuti o anche qualcosa di più: eventualmente, coprite la superficie con un foglio di alluminio. Fate la prova stecchino: se esce umido, ma non bagnato, è cotto
Lasciar raffreddare cinque minuti nello stampo, poi trasferire il cake su una gratella e lasciarlo raffreddare completamente.
Preparare la glassa
Setacciate bene lo zucchero a velo in una terrina.
Consiglio sempre di tenerne un po’ a portata di mano, perchè è facile che se ne debba aggiungere ancora, in corso d’opera. Aggiungete qualche goccia di succo di limone e un cucchiaino d’acqua e iniziate a mescolare rapidamente: dovrebbe formarsi una glassa molto densa. A questo punto, sta a voi decidere come procedere, aggiungendo un po’ di liquido per diluirla o no. Se propendete pe la prima ipotesi, aggiungete acqua goccia a goccia- e mescolate dopo ogni goccia. Sono un po’ noiosa, su questo punto, ma bastano pochi ml in più per trasformare la glassa da densa a liquida. Se dovesse succedervi, niente paura: basta aggiungere zucchero.
Glassate il dolce, lasciate asciugare e servire.
Perfetto per l’ora del te
A stasera, per la Scozia
ciao
Ale

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Ringrazio io? No, ringrazi tu…"

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Vi ricordate il tormentone lanciato da Renzo Arbore, ai tempi di Indietro Tutta, quando concludeva le telefonate con il suo interlocutore attaccando ua serie di “chiam lei?” “no chiamo io” “allora chiamo io?” “no chiama lei?”. Per me, ha sempre avuto un che di surreale e tale sarebbe rimasto se non fosse per il ripetersi di una scena simile su questo blog, protagoniste io e la Dani, che ha fatto sì che si arrivi solo oggi a fare quello che si sarebbe dovuto fare un mese fa.
Perchè è da circa un mese che menuturistico sfoggia un “cappello” nuovo, di cui entrambe siamo molto orgogliose, nato dalla fantasia e dalla bravura di Kia, a cui va il merito di essere riuscita nell’impossibile impresa di condensare in poco spazio tutto quel guazzabuglio di idee, spunti e argomenti che è il nostro blog.
Se arriviamo in ritardo è perchè, come forse avrete già intuito, l’una pensava che l’altra avesse già provveduto a ringraziare Kia, per la sua gentilezza e la sua amicizia: già quando abitiamo di fronte, fatichiamo a comunicare, figuriamoci a centinaia o migliaia di km di distanza. Ce ne siamo accorte, dopo tutta una trafila di “ma non l’hai fatto tu?” ” ma dovevo farlo io?” e altre amenità, e ora corriamo metaforicamente ai ripari, svelando l’arcano ai molti di voi che ci chiedevano lumi e convogliando tutti i vostri complimenti all’autrice del nostro nuovo header, insieme al nostro gigantesco grazie
Ale& Dani

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Parmigiana di melanzane e zucchine al pesto rosso

parmigiana di zucchini e melanzane
Visto che nell’elenco dei buoni propositi post vacanziero c’era anche la spesa accorta e mirata, stamattina ho scritto un menu per questo fine settimana e ho preparato una bella lista, con tanto di pezzature e grammi- perchè di avanzi, nel frigo, è meglio non tenerne, in questi giorni.
Dopodichè, non solo mi sono dimenticata la lista, ma ho pure confuso il carrello…
… ma si può? mi chiedo…

PARMIGIANA DI ZUCCHINE E MELANZANE AL PESTO ROSSO
da Sale&Pepe, luglio 2010

parmigiana di zucchini e melanzane

Questa è una delle ricette migliori che abbiamo preparato quest’estate. Ad essere sinceri, di antagonisti ne ha avuti pochi, perchè fra tutti gli impegni di giugno, le traversie di luglio e le vacanze di agosto, di tempo per cucinare me n’è rimasto poco. Però, sono convinta che “se la sarebbe giocata” anche con avversari più numerosi e migliori, a cui non avrebbe avuto nulla, ma proprio nulla da invidiare. Il giudizio ha comunque il conforto del nostro amico Mario, che è incappato nella stessa ricetta, l’ha provata e l’ha promossa a pieni voti. E se altrove (v. libri) abbiamo sempre da ridire, sulla cucina mi taccio: anche perchè quali argomenti potrei avere, con l’autore di questo capolavoro qui?
Insomma, a farla breve, ve la posto anch’io, considerato che di melanzane e zucchine degne di questo nome godremo ancora per poco

600 g di melanzane
600 g di zucchine
350 g di mozzarella
50 di parmigiano grattugiato
120 g di pomodorini secchi sott’olio
35 g di capperi sotto sale
25 g di filetti di acciuga sott’olio
uno spicchio di aglio fresco
10 g di foglie di basilico
origano
6 cucchiai d’olio EVO
peperoncino
sale

parmigiana di zucchini e melanzane

Spuntate, lavate e asciugate le melanzane e le zucchine, tagliatele a fette dello spessore di mezzo cm scarso, quindi cuocetele su una griglia ben calda. Affettate la mozzarella.
Passate al mixer i pomodorini unendo i capperi dissalati, i filetti di acciuga ben sgocciolati, il basilico lavato, ll’aglio a pezzetti, un pizzico di peperoncino e l’origano e l’olio. Regolate di sale
Distribuite sul fondo di una pirolfila un velo di pesto, fate uno strato di melanzane, zucchine e mozzarella, salate, cospargete con parmigiano e un velo di pesto e continuate così a stati, fino ad esaurire gli ingredienti; terminate con un po’ di parmigiano
Coprite la pirofila con un foglio di alluminio e ponetela in forno già caldo a 180° per circa 20 minuti; togliete l’alluminio e proseguite la cottura a 200 gradi per 10-15 minuti.
Servite la parmigiana tiepida o fredda.
Buon fine settimana
Ale

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